giovedì 28 giugno 2007

Recensione:Kitaro - Dream (1992)

Questo album del 1992 di Kitaro non ha un titolo a caso. SOGNO (DREAM) è la parola chiave, sogno è il simbolo di queste immagini che si creano nella nostra mente tra la fase REM e il nostro risveglio. A volte i nostro sogni o i nostri incubi ci restano “appiccicati” addosso per il resto della giornata, confondendo magari dolcezze a inquietudini, orrori a meraviglie. Kitaro ha messo in musica tutto questo a modo suo, con il proprio amore ed essere orientale e quello che ne è uscito fuori è uno dei dischi (mi piace chiamarli così!) più dolci eterei e trasognanti che io abbia mai ascoltato. Le emozioni sono tante e tutte da brivido, le viscere ne risentono, lo stomaco si chiude come quando hai preso la prima cotta, e il mondo ti si para davanti con i suoi colori di pace interiore, il blu del mare (Magical wave), l’azzurro terso del cielo o il grigiore suadente delle nuvole (Mysterious Island), il verde degli alberi che ci portano via il respiro, rendendolo poi indietro per poter vivere ancora (Symphony Of The Forest). Tre in tutto i brani cantata (su dieci complessivi) “Lady of Dreams”, “Agreement” e “Island of Life”, tre gemme di rara bellezza con esplosioni rock (badate che stiamo parlando di un capolavoro della New Age) e una voce che non ha pari sita
nelle fauci di Sir Jon Anderson. Non importa che genere di musica si ascolta, questo “Dream” va oltre, questa è musica allo stato puro, la soundtrack originale di ognuna delle nostre vite!


...listen with the light-off...

Jester




martedì 26 giugno 2007

Recensione:Green Carnation - The Acoustic Verses (2006)

Nel titolo, l’essenza dell’album... The Acoustic Verses, I Versi Acustici... come dire: Poesia in Musica, la Musica votata alla Poesia che con essa si fonde e crea un album che oso definire “Capolavoro”.
E’ difficile essere amanti dello stile dei Green Carnation ma è facile amarli... nella loro discografia non esistono due album simili se non in pochissimi riconoscibili dettagli. Ciascun loro lavoro è una piccola perla, ma a mio parere The Acoustic Verses si eleva alla dimensione di rarità assoluta. E’ uno di quei pochissimi album che, una volta ascoltato un paio di volte, ti resta dentro per sempre, fa parte di te come i tramonti o il verde dei boschi... lo riascolti e non è come “ascoltare” un disco, è più come una passeggiata in un luogo che ben conosci, che ami e di cui non puoi più fare a meno... semplicemente: ti sembra sia sempre esisito e non puoi assolutamente pensare il contrario... sono davvero pochi gli album che riescono a darmi queste sensazioni di “eterno”, tra i quali The Dark Side Of The Moon (è OVVIO che seguirà post!!!) e Wish You Were Here (oltrattanto ovvio!!!), oltre ad alcune opere di musica classica, prima fra tutte la nona di Beethoven... insomma, non che voglia sembrare blasfemo, ma posso sicuramente garantire che di dischi così non ne nascono di continuo! Le tracce sono una più bella dell’altra e non mi sembra meritino un’analisi track-by-track che porterebbe il discorso in un ambiente troppo... “terreno”... secondo me si tratta di un’opera unica e quasi eterea che va ascoltata come un’unica traccia, anche se un accento particolare va posto sul “quinto componente” di questo gioiello: 9-29-045, una piccola suite di 15 minuti divisa in tre parti... altri gruppi avrebbero costruito interi album con le idee e le melodie di questo brano che definire a parole è impossibile: come tutto l’album va ascoltato, assaporato e gustato con la calma che merita... concedete 43 minuti di coccole alle vostre orecchie ed il cervello vi ringrazierà. Per sempre.

Ermete

lunedì 18 giugno 2007

Recensione:Dream Theater - Systematic Chaos (2007) - "Ermete's view"



Voglio fare una premessa: ad avercene di dischi così! Qualunque fosse stato il nome del gruppo autore di Systematic Chaos avremmo tutti dichiarato il nostro amore per un simile lavoro ed avremmo lodato la tecnica superlativa dei singoli elementi i quali si amalgamano perfettemente in un ascolto dove prevale la bravura di un GRUPPO.... il quale, per loro croce e delizia, si chiama Dream Theater... cosa significa questo? Semplicemente, con una metafora, che non può fare più buio che a mezzanotte... spiegandomi meglio: non si può più stupire nessuno dopo un album mastodontico e superlativo come Scens From A Memory (seguirà post relativo...). Dopo aver assodato negli anni le straordinarie capacità tecniche di ciascun elemento, la band è riuscita a sfornare nel 1999 il Capolavoro che tutti i gruppi musicali sognano: perfetto stilisticamente, sontuoso tecnicamente, ricco di nuove e personalissime sonorità, a tratti strappalacrime a tratti duri e metal... come se non bastasse, si trattava di un concept con un testo che inizia col primo brano e finisce con l’ultimo... un continuum di emozioni e virtuosismi mai stucchevoli... ripeto: semplicemente PERFETTO. I detrattori (che poi sono sempre coloro che si dicono Piu’ Grandi Fans!) dei Dream Theater riuscirono a trovare pecche anche in quest’album trovandolo spesso sdolcinato, ma sono poi gli stessi che si lamentano dell’eccessiva sperimentazione di Six Degree Of Inner Turbolence... personalmente credo che nel caso dei Dream Theater sia più che mai vero che grandi aspettative portano quasi sempre a grandi delusioni... e loro di aspettative ne creano in quantità industriali essendosi ormai affermati nell’olimpo del rock in qualità di gruppo più tecnico del Progressive moderno.

Tornando a Systematic Chaos, ritengo sia un disco bello, non un capolavoro, ma di certo godibile, pur con alcune cadute di stile e di tono... ma possibilmente lì dove io trovo un momento meno avvincente, altri potranno trovare i punti migliori... un gusto “per tutti i gusti”, che poi rappresenta a mio parere proprio il difetto principale, nonostante renda obiettivamente l’ascolto vario e poco ripetivo... eppure mi pare di scorgere troppo spesso la voglia matta di riuscire a piacere a tutti, cosa che a volte riesce a risultarmi fastidiosa.

Le annotazioni che sento di fare brano per brano sono queste:

In The Presence Of Enemies Part 1: Inizio molto promettente: 5 minuti di pura musica che da soli meritano l’esistenza del brano... quando inizia il cantato mi annoio un po’, ma forse è solo perchè quell’intro genera... grandi aspettative!

Forsaken: melodia molto orecchiabile, forse troppo: potrebbe essere anche un brano degli Evanescence... e non solo in senso negativo...

Constant Motion: sottotitolo: “ma quanto ci piacciono i Metallica... ma proprio tanto tanto, eh! Davvero davvero!”. Nota personale: ma perchè permettono a Portnoy di cantare?

The Dark Eternal Night: questo è quello che personalmente mi aspetto dai Dream Theater... melodie orecchiabili ma non “mielose” alternate a disotorsioni delle voci di forte impatto, incedere decisamente progressive sul finale... decisamente i migliori Dream Theater di oggi.

Repentance: brano “tranquillo”, con atmosfere che ricordano i Pink Floyd, un po’ come The Spirit Carries On, che secondo me vorrebbero un po’ ricalcare con questo brano che resta comunque piacevole, se non addirittura necessario per il respiro complessivo dell’album conferendo 10 minuti di relax all’ascoltatore.

Prophets Of War: sottotitolo: “ma quanto ci piacciono i Muse... ma proprio tanto tanto, eh! Davvero davvero!”. Sia chiaro, non mi disturba più di tanto che facciano brani del genere... però quando un sound è così spiccatamente simile a quello molto personale di un altro gruppo non puoi fare davvero a meno di notarlo... e sono addirittura certo che non sia assolutamente nelle intenzioni del gruppo nasconderlo, anzi! Brano riempitivo? Forse.

The Ministry Of Lost Souls: inizio folgorante, orchestrale ed epico per quello che è il brano più “cocktail” del disco... sembra esserci un po’ di tutto, dal pop al rock melodico a quello duro al progressive... a tratti mi sembra di scovare pure la tarantella... insomma, si ha l’impressione di passare attraverso una miscellania di Cranberries, Muse, Metallica e Dream Theater (sì, anche loro!)... eppure il risultato lo trovo gradevole, i generi “mescolati” non cozzano affatto tra loro, anzi... forse il brano portante del disco insieme a The Dark Eternal Night... la faccia bianca e quella nera dello stesso disco...

In The Presence Of Enemies Part 2: la prima cosa che mi viene da dire è: Shine On You Crazy Diamond Part II non si può ripetere! Il brano non è per nulla brutto, strumentalmente è addirittura sontuoso... ma non bastava fare un unico In The Presence Of Enemies senza dividerlo in due parti tagliando invece qualcosa da quest’ultimo brano, magari le cose che inutilmente ci ricordano quanto siano bravi i singoli strumentisti? Lo sappiamo, cari Dream Theater, credeteci che ormai lo sappiamo: i virtuosismi fini a se stessi potete anche lasciarli a coloro che ancora hanno parecchio da dimostrare...

Ermete

sabato 16 giugno 2007

Recensione: Dream Theater - Systematic Chaos (2007) - "Jester's view"


Non posso che fare un track-b-track per “Sytematic Chaos” nuova fatica del Teatro del Sogno, sia perché i DT dopo aver dato alla luce “Scene from a memory” non posso che sperimentare e ,in maniera sublime e con la tecnica che forse neanche il gruppo originale, rendere omaggio a band che loro amano. Perché dentro SC ci sono i Muse, ci sono i Metallica, ci sono i Tool e altro ancora, ma ci sono ovviamente anche i Dream Theater. Se per “Octavarium” avevano lasciato il funambolismo per dar spazio a canzoni più “canzoni”, qui troviamo davanti a qualcosa di ancora diverso, quindi dimenticate le melodie di Awake( per sfortuna) o di Fallino into infinity (per fortuna) e tenetevi forte. Un’ultima cosa: non sto stroncando Systematic Chaos ad avercene di album così, ma un po’ di presunzione mi farà dire che non è proprio un bel disco, ma altrettanta presunzione mi fa dire che un album dei DT non si potrà mai e comunque stroncare(…e Fallino into Infinity?...no comment). E adesso partiamo.
01 In The Presence Of Enemies Part 1: La partenza è buona, anche se sembra di ascoltare più i Liquid Tension Experiment che la band madre, la il pezzo c’è e lascia presagire una buona parte seconda.
02 Forsaken: Avrei scelto questo come single, ci troviamo davanti ad un classico brano DT con un bel ritornello e una struttura breve ma efficace, ma purtroppo…
03 Constant Motion: Che senso ha emulare i peggiori Metallica con un brano del genere non riesco proprio a capirlo e se non fosse per una breve parte centrale in puro Fates warning style molto bella Costant Motion risulterebbe quasi irritante.
04 The Dark Eternal Night: Ovvero quando l’anima dei Tool si impadronisce dei corpi dei cinque DT. Che dire, l’arrangiamento è strepitoso il sound è un massacro, colpi di genio a iosa….ma i Dream Theater?
05 Repentance: Qui siamo di fronte all’ennesima influenza. Repentance potrebbe davvero essere il settimo brano di “Fear of a Blank Placet” nuova deliziosa fatica dei Porcupine Tree (di cui troverete la recensione a breve). L’unico disappunto è che si ha l’impressione che l’atmosfere di questo brano sia presente negli ultimi tre album dei DT in almeno una canzone.
06 Prophets Of War: Il miglior brano dell’album! Grandioso! Tagliente! Melodico! Peccato che il fardello dei Muse sia pesantissimo.
Mi state odiando? bene, continuiamo.
07 The Ministry Of Lost Souls: Serve più di un ascolto per TMOLS perché è molto intimo suadente e con un’arrangiamento sublime. Dura forse un po’ troppo, ma mi piace parecchio.
08 In The Presence Of Enemies Part 2: Prima di descrivere l’ultimo brano vorrei ricordare a chi legge che per me I Dream Theater sono legge, sono tutto quello che mi potevo aspettare dal mtal progressive di classe e che Systematic Chaos girerà nel mio lettore per tante e tante volte, ma la seconda parte di In The Presence Of Enemies a mio modesto avviso è stata fatta frettolosamente, con ripetizioni tediose e con una presunzione nel cominciarla con una linea basso e un’atmosfera accostabile a (in giocchio prego…) “Shine on you crazy diamond part 2” che cade nel blasfemo!
Chiudo nella speranza che la prossima uscita dei DT non risenta delle pressioni di una nuova etichetta che fanno di questo “Systematic Chaos” un album di transazione e detto ciò torno a riascoltarlo!

Jester

mercoledì 13 giugno 2007

Mike Oldfield - Tubular bells II (1992)


...in arrivo...
...scusate ma mi serve più tempo...
...per me questo non è un semplice CD...
Jester

martedì 12 giugno 2007

Brian Eno – Music for Airports (1978)


La musica si trasforma e diventa non-ascolto, esperienza di un ambiente modificato da un sottofondo che è ambiente... non a caso quest’album segna l’inizio del genere “Ambient” segnando così l’unico neo dell’album: l’aver creato un genere che darà alla luce troppi emuli d’esemplare inettitudine, non-musicisti che pensano basti un synth e un mixer per generare lavori come quelli di Eno. Ma non è così: Music for Airport è arte, quasi pittorica, a tratti architettonica, di certo musicale pur non essendo un semplice “disco” da ascoltare bensì un espansione del mondo che circonda l’ascoltatore inglobando in se ed emando da se le atmosfere che così si fondono in un unico, nuovo mondo.
Music for Airport nasce davvero per essere utilizzato come base musicale per gli aeroporti, esperimento peraltro realmente effettuato all’aeroporto LaGuardia di New York proprio all’epoca dell’uscita del LP. Le sue quattro tracce accompagnano verso una mutazione d’animo quasi inconsapevole evitando di disturbare il fruitore pur influenzandone l’umore ed i pensieri in maniera garbata ed elegante... ogni tanto ci si accorge della musica che può sembrare diversa ad ogni ascolto pur riascoltata in un loop che potrebbe essere eterno... i mutamenti impercettibili nel fluire dall’album lo rendono di fatto sempre diverso nella sua apparente uniformità ed è questo geniale incedere a renderlo emozionante ed al tempo stesso quasi impercettibile se ascoltato davvero in circostanze in cui funga da sottofondo.
Brian Eno assurge a creatore d’ambienti elevandosi al di sopra della Musica con un capolavoro che vorrebbe e potrebbe essere la sua Antitesi: semplicemente immancabile!

Ermete

martedì 5 giugno 2007

Labyrinth - 6 Days To Nowhere (2007)




Ho sempre guardato ai Labyrinth come ad uno dei pochissimi gruppi italiani che meritano un posto tra i grandi gruppi mondiali, e già con “Return to the heaven denied” avevano confezionato un album sublime pieno di canzoni grandiose grazie anche ad una produzione stellare e un gusto per la melodia fuori dal comune. “6 days to nowhere” è un lavoro maturo, pensato, ragionato, e già dalla prima traccia “Crossroads” si capisce subito che la consacrazione a GODS è appena ultimata, la voce è perfetta (cosa rara nei gruppi italiani) la melodia è di chi ha fatto della musica il suo mestiere e il ritornello è la perfezione assoluta. Bè direte voi un altro bel disco di power metal con venature prog suonato bene. Si. No. Perché già con “There is a way”, la traccia successiva non ci si aspetta che si riesca a bissare la precedente per bellezza e perizia, ma consentitemi la botta arriva con “Lost”. COS’E’? Da dove l’hanno uscita fuori una canzone così. Lost è un massacro miscelato a intime tracce di genialità, che alterna parti in puro stie black metal a parti prog/power per poi arrivari a frammenti di ispanica memoria e in 4 minuti e 24 il gioco è fatto, il mento e stramazzato a terra e la voglia di andare fino in fondo dentro quest’album diventa insopportabile. “Mother Earth” e “Wating tomorrow” arrivano puntuali a conferma ci tutto ciò, la prima con un chorus da urlo con quel suono di tastire sotto (che caratterizza parecchio a mio avviso tutto il CD) veramente azzeccato, la seconda con un intreccio di chitarre degno dei migliori Threshold. Un goiellino inatteso arriva con la cover di “Come Togheter” dei Beatles, per poi ritornare di nuovo ai Labyrinth, ma a questo punto è inutile stare a fare un track-by-track dei 14 brani (azzalora!!!) che compongono “6 days to nowhere” (notevoli anche i testi, complimenti ragazzi!) e passare alle prediche: Non perdete tempo ancora con i nomi sicuri che però da qualche anno qualche inculata ve l’hanno pure data, i labyrinth sono melodici, graffianti, massacranti e tecnici al punto giusto da non farvi rimpiangere nessuno e soprattutto sono ITALIANI. Stay Tunes.

Jester

The Flower Kings - Paradox Hotel (2006)


Gli svedesi Flower Kings tornano con un nuovo doppio album con più di due ore di musica, una nuova valanga di progressive rock che si aggiunge ad una produzione discografica già molto ricca, gioia e dannazione dei fans costretti a mettere nuovamente mano al portafoglio. Fra uscite ufficiali e side projects penso che neanche i Flowers sappiano con esattezza in quanti dischi hanno suonato, dai Tangent ai Karmakanic, dai solisti alle guest appearances, tra uscite per il sito, il passato e il presente in un dedalo di album alcuni dei quali veramente memorabili, ma tra cui è veramente facile perdersi, in questa conrnucopia musicale arriva il nuovo Paradox Hotel.Diciannove brani e un concept sulla vita dell’uomo, che prima o poi si trova a passare da questo inquietante albergo, dove i Flokis si trovano ad essere ospiti insieme alla gente comune di cui parlano nei testi. Difficile fare un sunto, perché le idee come sempre sono molte, c’è tanto prog classico fra Yes e Genesis per intenderci, e c’è anche tanto rock, il nuovo drummer Liliequist è meno jazzy del dimissionario Zoltan, ma nella nuova line up manca anche Daniel Gildenlow, che ha lasciato il gruppo perché non poteva andare in USA per i concerti oltreoceano. Nonostante questi rimaneggiamenti di formazione troviamo i nostri in splendida forma con uno dei migliori dischi del nuovo corso, da Adam & Eve per intenderci.Dopo un intro è posta la tipica suite dal titolo “Monsters & Men” per dirci subito che il gruppo è al massimo della forma e che i molti impegni non hanno scalfito la vena dei nostri. Alcuni brani sono piuttosto nuovi, come la misteriosa “Bavarian Skies”, ci sono delle ballate lente e intimiste come l’incantevole “Jealousy” e la psichedelica e stralunata “Lucy Had a Dream”(non so quanto i Flower Kings siano coscenti del fatto che questa canzone è già un Evergreen!). C’è la voglia di prog effervescente come in “Hit Me With a Hit” e di momenti più classici come in “Pioneers of Aviation” in puro Yes style. Uno dei vertici è la travolgente “Selfconsuming Fire”, con uno Stolt ispiratissimo che si produce in un assolo viscerale da urlo. “Mommy Leave the Light On” sembra un tributo ai Pink Floyd. Chiude il primo cd con crescendo bellissimo “End on a High Note”.Le grandi melodie vocali e il prog sinfonico di “Minor Giant Steps” aprono alla grande il secondo cd. “Touch My Heaven” è ispirata, ma non è particolarmente originale,ma con l'assolo finale di Stolt tutto passa in secondo piano. Sfiora l’hard rock “The Unortodox Dancing Lesson”, ma è un brano zappiano con un tempo molto complesso e un arrangiamento superlativo. Molto lirica “Man of the World”, con delle melodie altamente godibili. “Life Will Kill You” è un pezzo scritto interamente da Froberg (sedici portano la firma di Stolt) e si sente che c’è qualcosa di diverso e ci sta bene. Una ballata per piano dal titolo "The Way The Waters Are Moving" mette i brividi con un un'intima interpretazione in pieno Pink Floyd style e precede la bellissima “What if God is Alone”, semplice ed efficace. Finalmente arriva la title track, un pezzo durissimo, il più duro dell’album e anche uno dei più tirati di tutta la discografia dei re dei fiori e dopo questa sfuriata ecco che finalmente si esce dall’albergo con l’intensa “Blue Planet” e ci si rende conto che il viaggio non è stato ne prima ne dopo, ma si è consumato proprio all’interno.Sarà anche vero che i Flower Kings non hanno inventato niente, ma sono un gruppo grandioso che ci sta regalando pagine di prog sublime, ed è bello ascoltare un gruppo così al di la di tutte le critiche che si possono spendere. Chi li ama gode, gli altri si arrangino e rimangano ancorati ai soliti vecchi dischi.
P.S. Che poi per me Paradox Hotel sia già una pietra miliare del Prog Universale è solo una questione soggettiva!
Jester